Diwali: la Festa delle Luci tra Tradizione, Miti e Profondo Significato

Dīpāvalī: la Luce, le ombre e la pienezza della vita

Nel cuore dell’autunno, quando il ciclo della natura si ritrae e le giornate si accorciano, la tradizione dell’India celebra una delle ricorrenze più universali e suggestive: Dīpāvalī, conosciuta universalmente come Diwali, la festa delle luci.

Il nome stesso, che deriva dal sanscrito dīpāvalī, evoca l’immagine visiva e poetica di una successione ordinata di lampade. Al calare della sera, migliaia di piccoli dīpa – tradizionali lucerne alimentate a olio o a burro chiarificato – accendono le soglie delle case, i cortili, i terrazzi e i templi. Gli ingressi delle abitazioni vengono adornati con elaborate composizioni geometriche e colorate chiamate raṅgolī, le famiglie si riuniscono per condividere cibo, dolci e doni, e l’intero spazio urbano sembra sospeso in una dimensione di attesa e di festa.

Le origini di Diwali: miti e leggende della tradizione indiana

Questa straordinaria profusione di luce si radica in molteplici narrazioni mitologiche che variano a seconda delle regioni del subcontinente:

  • Il ritorno di Rama ad Ayodhya: Nel Nord dell’India, Dīpāvalī commemora il glorioso ritorno del re Rāma ad Ayodhyā dopo quattordici anni di esilio e dopo la vittoria sul re demone Rāvaṇa. In quell’occasione, gli abitanti accesero file di lampade per guidare il suo cammino nel buio della notte.
  • La vittoria di Krishna: In altre tradizioni, la festa evoca la vittoria di Kṛṣṇa sul demone Narakāsura, liberando il mondo dalla tirannia.

Il culto di Lakshmi: prosperità e abbondanza

Al di là delle varianti locali, il cuore spirituale della festività è consacrato a Lakṣmī, la divinità della prosperità, della fortuna, della bellezza e dell’abbondanza. Tradizionalmente raffigurata eretta o seduta su un immacolato fiore di loto – simbolo di una purezza che sa fiorire anche là dove le acque sono stagnanti –, Lakṣmī è accompagnata da elefanti che versano acqua, immagine antica di fertilità e di continuo rinnovamento.

La ricchezza che la Dea rappresenta non si esaurisce mai nel mero possesso materiale: essa racchiude la salute, la vitalità, il nutrimento, la generosità e la cura di tutte quelle relazioni che rendono la vita autenticamente feconda e preziosa.

Il significato filosofico: oltre la luce, accogliere l’ombra

Eppure, la celebrazione della luce non avrebbe la sua profonda risonanza filosofica se non si confrontasse con il suo opposto: la dimensione dell’ombra. Nelle giornate che compongono il ciclo di Diwali, la tradizione ci conduce attraverso passaggi di profondo raccoglimento, ricordandoci che la luce autentica non nasce dalla rimozione forzata del buio, ma dalla capacità di attraversarlo.

Spesso tendiamo a fuggire dalle nostre ombre, dai momenti di stanchezza o da ciò che percepiamo come un’interruzione della nostra fioritura. La via della tradizione e della meditazione ci insegna invece che l’oscurità non è un nemico da annientare, ma uno spazio di sosta, un grembo silenzioso in cui la mente può ritrarsi per ritrovare il proprio orientamento.

Come recita un celebre verso delle Upaniṣad, espressione universale del cammino della conoscenza:

«Asato mā sad gamaya, tamaso mā jyotir gamaya, mṛtyor mā amṛtaṁ gamaya» («Dall’illusione conducimi al Reale, dall’oscurità conducimi alla Luce, dalla morte conducimi all’Immortalità»).

Questo passaggio non descrive un salto magico, ma un processo di svelamento. La luce di una lampada non cancella il buio combattendolo con violenza; semplicemente, lo rende meno fitto, permettendoci di vedere dove stiamo mettendo i nostri passi.

Accettare le ombre significa smettere di lottare contro la complessità dell’esistenza e imparare a sostare nel silenzio. In questo senso, Dīpāvalī ci invita a riconoscere che la vera pienezza non consiste nel possedere tutto o nel mostrarsi costantemente brillanti, ma nella capacità di custodire una chiarezza interiore capace di rimanere salda, luminosa e accogliente anche quando la penombra circonda la nostra vita.

Angelo Triggianese

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